sabato 24 febbraio 2024

Putin fa gli occhi dolci all’Italia e Salvini li chiude su Navalny

Putin fa gli occhi dolci all’Italia e Salvini li chiude su Navalny Putin si dichiara innamorato dell’Italia e la invita a collaborare con la Russia su “cose interessanti” che non specifica. Intanto, in un forum con gli studenti di un’università di Mosca, ha inscenato un siparietto con una studentessa italiana che si era detta innamorata della Russia. Il leader russo lusingando la giovane per la sua bellezza le ha augurato di poter trovare anche l’amore in Russia. E visto che c’era ha voluto ricordare il legame che ha con il nostro Paese: “L’Italia ci è sempre stata vicina, ricordo come sono stato accolto da voi, mi sono sempre sentito a casa”. E qui ha volutamente dimenticato le sanzioni imposte dall’Unione Europea al suo Paese votate anche dall’Italia. Ma evidentemente, l’occasione gli era propizia per lanciare un messaggio. Da interpretare… Sembrano infatti ormai lontani i tempi in cui era forte il legame tra lui e il nostro Silvio Berlusconi. A Roma, il governo fa finta di niente e si prepara al G7 con Biden, che considera Putin un “killer”. Di Maio bolla le parole di Putin come “propaganda” e ribadisce la fedeltà all’Europa. Salvini, invece, difende Putin e si lava le mani sulla morte di Navalny, l’oppositore avvelenato e arrestato. Dice che la questione non lo riguarda e che ci pensino i medici e i giudici, anche se le prove sono evidenti. Le opposizioni attaccano Salvini e lo chiamano “burattino di Putin”. Anche i suoi alleati di governo lo criticano e gli ricordano i valori dell’Italia. La Commissione Europea lo prende in giro e gli dice che non servono indagini per capire che Navalny è stato ucciso dallo Stato russo.

lunedì 19 febbraio 2024

Fine Vita: in Italia continua ad essere un diritto senza una legge

Fine Vita: in Italia continua ad essere un diritto senza una legge Il dibattito sul suicidio assistito in Italia continua ad essere oggetto di discussioni pro e contro ma continua ad essere ancora non regolamentato da una legge nazionale. La Regione Emilia-Romagna ha fatto un passo avanti per chi sceglie di porre fine alla propria vita con l’ausilio di un medicinale mortale, stabilendo tempi e modalità chiare per accedere al “fine vita”. Tuttavia, manca ancora una legge nazionale che riconosca appieno questo diritto. L’Emilia-Romagna è la prima regione italiana a offrire a una persona la possibilità di morire con il suicidio assistito, cioè l’auto-somministrazione di una sostanza letale. Lo ha fatto con una delibera che indica il percorso e i requisiti che il paziente deve soddisfare per accedere al “fine vita”, il termine entro cui attuare la procedura e le linee guida per gli enti che devono esaminare la richiesta. Nello stesso periodo dell’approvazione della delibera, l’Assemblea legislativa ha ricevuto anche la legge di iniziativa popolare promossa dall’associazione Luca Coscioni, che dovrà essere dibattuta. Come era prevedibile, il tema della morte assistita ha scatenato un confronto politico e ideologico tra le forze politiche in Regione e non solo. Cerchiamo di fare un po’ di chiarezza per capire perché la delibera è un’innovazione importante e cosa ci si può aspettare nei prossimi mesi. Le norme stabilite dall’Emilia-Romagna colmano il vuoto normativo che c’è in Italia - pur essendo il suicidio assistito legale - e hanno lo scopo di assicurare “al malato il diritto di lasciare la vita nel rispetto della sua volontà, autodeterminazione e dignità e nel rispetto dei criteri definiti dall’Alta Corte”. La Regione ha redatto le linee guida a cui le Aziende sanitarie dovranno attenersi per gestire il percorso del suicidio assistito, dalla richiesta del paziente fino alla somministrazione del farmaco. In sintesi, la domanda deve pervenire a un’Asl regionale con tutta la documentazione sulla situazione sanitaria del paziente, tra cui l’attestato della sua volontà prodotto direttamente dalla persona. Entro 42 giorni la richiesta deve essere valutata dalla Commissione di valutazione di Area Vasta, il comitato tecnico-scientifico e che deve visitare il paziente, verificare le sue condizioni e la presenza di possibili alternative al fine vita e definire il modo in cui realizzare il suicidio senza aumentare le sofferenze del richiedente. La Giunta regionale ha istituito anche il Corec (Comitato regionale per l’etica nella clinica) che deve fornire consulenze etiche e pareri sui singoli casi, con particolare attenzione riguardo a quelli più complessi dove ci può essere un conflitto di valori - per esempio tra la volontà del paziente e quella dei famigliari - oltre ad attività di formazione per il personale sanitario. Il Corec è formato da 22 tra medici, giuristi ed esperti di bioetica che rimangono in carica per tre anni. L’accesso alla morte assistita è consentito soltanto se vengono rispettati rigorosamente i criteri che la Corte Costituzionale ha fissato “per evitare abusi e arbitrii”: il paziente deve essere affetto da una patologia irreversibile che causa sofferenze fisiche o psicologiche che ritiene insopportabili, è tenuto in vita da un trattamento di sostegno vitale ed è pienamente in grado di prendere decisioni libere e consapevoli. La procedura sanitaria è a carico del Servizio Sanitario Nazionale e quindi gratuita per il paziente. Fine Vita: pro e contro a confronto Sul piano politico la delibera non ha la stessa forza di una legge, perché è uno strumento che può essere ritirato in qualsiasi momento da una giunta diversa da quella attuale. La legge arrivata in Assemblea legislativa è quella di iniziativa popolare dell’associazione Luca Coscioni, che ha raccolto 7mila firme e che deve essere discussa entro 12 mesi. Promulgando una delibera, la maggioranza guidata da Stefano Bonaccini sta cercando da un lato di dimostrarsi sensibile sul tema del fine vita, e dall’altro rimandare il più possibile il momento della discussione. La mancanza di una legge nazionale sul suicidio assistito La Costituzione afferma che “nessuno può essere costretto ad alcun trattamento sanitario contro la propria volontà” e che “la libertà personale è inviolabile”. In Italia il suicidio assistito è legale non per via di una legge ma per una storica sentenza della Corte Costituzionale emessa nel 2019 in seguito al “caso Cappato-Dj Fabo”. Il suicidio medicalmente assistito in determinati casi e la sospensione delle cure – intesa come “eutanasia passiva” – costituisce un diritto inviolabile in base alla sentenza 242/2019 della Corte costituzionale e alla legge 219/2017.Nel 2017 Marco Cappato, membro dell’associazione Luca Coscioni, aveva portato in Svizzera Fabiano “Dj Fabo” Antoniani, 40enne cieco e tetraplegico a causa di un grave incidente stradale che da anni viveva con l’aiuto di un ventilatore artificiale e chiedeva di poter accedere il suicidio assistito. Al termine del processo per istigazione al suicidio, l’Alta Corte ha stabilito che una persona che aiuta un’altra a morire non è punibile nei casi che presentano i requisiti menzionati prima, e Cappato è stato assolto. Anche molte altre storie sono diventate dei casi nazionali di disobbedienza civile, come quelle di Eluana Englaro, Piergiorgio Welby e Sibilla Barbieri. Fine vita: “Mia madre in Svizzera per terminare una sofferenza insopportabile” In mancanza di una legge, molta discrezionalità viene lasciata alle Aziende sanitarie locali, che possono anche rifiutare le richieste di suicidio assistito. Come nel caso del marchigiano Antonio, che ha avviato una causa legale contro l’Asur delle Marche dopo che questa si era opposta a verificare le sue condizioni mediche per iniziare l’iter verso la morte assistita. Nonostante l’ordine del Tribunale a procedere, attualmente Antonio sta ancora aspettando il parere dell’Asur. In Emilia-Romagna, le linee guida stabilite dalla Regione risolverebbero questo tipo di problema. Le parole del fine vita Il suicidio medicalmente assistito è l’atto in cui una persona, nelle sue piene capacità cognitive, fa richiesta e si auto-somministra un farmaco per morire e porre fine alle proprie sofferenze. In Italia è possibile in determinate circostanze. È diverso dall’eutanasia, che invece è l’atto da parte di un medico di provocare intenzionalmente e in modo indolore la morte di una seconda persona cosciente, che è in grado di capire le conseguenze delle proprie azioni e che ne fa esplicita richiesta. In Italia l’eutanasia è illegale. I trattamenti di sostegno vitale, la cui presenza è uno dei requisiti per accedere al suicidio assistito, sono strumenti esterni, impiantati o terapie fondamentali per mantenere in vita il paziente come, ad esempio, ventilatori o pompe cardiache. Un paziente può chiedere la sospensione dei trattamenti sanitari e può rifiutare le cure come la somministrazione dei farmaci, la nutrizione o l’idratazione artificiale anche se questo può causare in modo diretto o indiretto la sua morte. È una scelta prevista dalla Costituzione. La sedazione palliativa continua e profonda avviene somministrando alla persona richiedente dei farmaci sedativi in quantità tali da annullarne la coscienza, con lo scopo di alleviarle sofferenze altrimenti intollerabili. Possono farvi ricorso persone affette da malattie in stadio avanzato e i cui sintomi sono altrimenti intrattabili.
Michele Macelletti Autore Michele Macelletti Categoria Politica

venerdì 16 febbraio 2024

"Meno ricci e più cozze per tutti!"

 


Emiliano, il salvatore dei ricci di mare: "Ho battuto Meloni e Calderoli da solo"

 

BARI - Il presidente della Regione Puglia Michele Emiliano si è scatenato in una serie di dichiarazioni trionfali dopo la sentenza della Corte Costituzionale che ha confermato il blocco triennale della pesca dei ricci di mare in Puglia, previsto dalla legge regionale n. 6 del 2023. La Consulta ha respinto il ricorso del governo Meloni, che riteneva la norma in contrasto con la competenza esclusiva dello Stato in materia di tutela ambientale.

 

"Gli uffici regionali e i Ministeri mi avevano scoraggiato tutti dal resistere davanti alla Corte Costituzionale a un ricorso del Governo Meloni che tutti giudicavano fondato - ha dichiarato Emiliano -. E invece, io e il consigliere regionale Paolo Pagliaro, ispiratore della legge, col quale l'avevo proposta, abbiamo deciso di resistere all'impugnativa del Governo ad ogni costo e abbiamo avuto ragione. Anche grazie al grande lavoro della Avvocatura Regionale guidata dall'avv. Rossana Lanza che ci ha rappresentato in questa vicenda insieme all'avvocato Carmela Capobianco. La Corte ha statuito per la prima volta un principio rivoluzionario, e cioè che le Regioni hanno il diritto/dovere di proteggere il mare e le sue risorse nella zona di loro competenza. Una strepitosa vittoria contro Calderoli, Ministro firmatario della impugnativa e contro il Consiglio dei Ministri di Giorgia Meloni che ci voleva negare il diritto di proteggere dall'estinzione i ricci di mare. Battersi per una giusta causa è sempre necessario, anche quando la vittoria è incerta o apparentemente impossibile. Chi non lotta infatti ha già perso".

 

Emiliano ha poi aggiunto: "Sono orgoglioso di essere il salvatore dei ricci di mare, una specie minacciata dal sovra-sfruttamento e dal degrado ambientale. I ricci di mare sono una risorsa preziosa per la nostra economia e per la nostra cultura, e meritano di essere tutelati e valorizzati. Non mi sono lasciato intimidire dalle pressioni del governo centrale, che voleva imporre una visione miope e distruttiva del rapporto tra uomo e natura. Ho difeso con coraggio e determinazione gli interessi della Puglia e dei pugliesi, che amano il loro mare e le sue creature. Ho dimostrato ancora una volta di essere un leader capace e indipendente, che non si piega alle logiche di partito e alle alleanze di convenienza. Ho battuto Meloni e Calderoli da solo, senza bisogno di nessun aiuto. Sono il presidente di tutti i pugliesi, e anche dei ricci di mare".

Inutile dire che si sono scatenatati i cori e gli applausi a sinistra, fischi e pernacchie a destra


giovedì 8 febbraio 2024


 Sanità, Rapporto Svimez-Save the Children: Aumenta il Divario Nord-Sud

L’ultimo rapporto presentato dalla Svimez in collaborazione con “Save the Children” ha un titolo emblematico: “Un Paese, due cure. I divari Nord – Sud nel diritto alla salute”. Il Report ha messo in luce i dati preoccupanti sulla sanità in Italia e ci consegna l’ennesima foto di Paese a due velocità su spesa sanitaria, assistenza, servizi di prevenzione e mobilità sanitaria. Un divario tra Nord e Sud del paese che continua ad aumentare, mettendo a rischio il diritto alla salute dei cittadini.

Viaggi della Speranza

I cosiddetti “viaggi della speranza” sono diventati sempre più frequenti, con i cittadini del Sud che si recano al Nord per ricevere cure mediche. Questo fenomeno è dovuto alla mancanza di servizi di prevenzione e cura adeguati al Sud, dove la spesa pubblica sanitaria è minore e le distanze da percorrere per ricevere assistenza sono maggiori, soprattutto per le patologie più gravi.

Aspettativa di Vita Inferiore al Sud

L’aspettativa di vita al Sud è inferiore rispetto al Nord. Questo è dovuto alle peggiori condizioni sanitarie e alla mortalità per tumori più elevata. La situazione è particolarmente grave in Puglia, dove i servizi di prevenzione e mobilità sanitaria sono carenti.

Meno LEA al Sud

Le Liste di Esercizio Attivo (LEA), che indicano i servizi e le prestazioni che il Servizio Sanitario Nazionale è tenuto a garantire a tutti i cittadini, sono meno presenti al Sud. Questo significa che i cittadini del Sud hanno meno accesso ai servizi sanitari rispetto a quelli del Nord.

E per la Puglia: due bocciature

Il rapporto Svimez evidenzia un crescente divario sanitario tra il Nord e il Sud dell’Italia, con la Puglia che risulta particolarmente penalizzata. Nonostante la regione risulti adempiente sui Livelli Essenziali di Assistenza (LEA), la spesa sanitaria pro capite è inferiore alla media nazionale (1978 euro contro 2140 euro) e i servizi di prevenzione e mobilità sanitaria sono carenti.

I pugliesi tendono a cercare cure al Nord, a causa delle lunghe liste d’attesa e della mancanza di fiducia nel sistema sanitario locale. Inoltre, la promessa di costruire un rapporto virtuoso con le eccellenze private non è stata mantenuta, con alcuni esami che richiedono mesi o anni di attesa.

L’aspettativa di vita in Puglia è più bassa di oltre un anno rispetto alle regioni del Nord. Anche se la Puglia risulta adempiente sui LEA, è notevolmente indietro rispetto a regioni con pari popolazione, come l’Emilia Romagna. Ad esempio, l’indice di fuga per la cura del tumore alla mammella in Puglia raggiunge il 17%, contro l’8% dell’Emilia-Romagna.

Inoltre, gli adeguamenti tariffari per l’assistenza agli anziani non autosufficienti sono stati fatti nelle regioni del Nord e non in Puglia, dove le aziende che svolgono un servizio pubblico essenziale rischiano il collasso.

Il rapporto Svimez suggerisce che la situazione potrebbe peggiorare con l’autonomia differenziata. La Puglia ha bisogno di una decisa svolta per garantire ai suoi cittadini un accesso equo e di qualità ai servizi sanitari.

 

Cosa Bisogna Fare?

Per risolvere questa situazione, è necessario aumentare la spesa sanitaria e cambiare i parametri per la ripartizione tra le regioni. Il criterio di assegnazione deve essere basato sulle condizioni in cui versano i vari territori, aiutando quelli con maggiori disagi.

La Regione Puglia sta facendo tutto il possibile nonostante le ridotte risorse rispetto alle altre regioni con gli stessi parametri. Tuttavia, la promessa di costruire un rapporto virtuoso con le eccellenze private è stata tradita: alcuni esami è impossibile farli senza attendere mesi o anni.

In conclusione, è fondamentale che il governo italiano prenda seriamente in considerazione queste questioni e lavori per garantire che tutti i cittadini abbiano accesso a cure mediche di alta qualità, indipendentemente da dove vivono. In questo contesto la nuova riforma sulla autonomia differenziata, senza la definizione dei Livelli essenziali delle prestazioni, avrà come conseguenza quella di amplificare questa frammentazione e aumentare il divario già esistente del diritto alla salute tra Nord e Sud.

La salute è un diritto fondamentale, e non dovrebbe dipendere dalla regione in cui si vive.

 

mercoledì 7 febbraio 2024


 TRENTINO: NON C'E' ANCORA PACE PER GLI ORSI

 L’orso M 90 si era avvicinato troppo a una coppia di escursionisti ed era già stato definito "pericoloso". Durissime le proteste degli ambientalisti. Critico anche il ministro dell'Ambiente

Il plantigrado, un giovane esemplare di due anni e mezzo, che già nel 2023 era stato munito di radiocollare a seguito di sue incursioni nei centri abitati, è stato prelevato e abbattuto dalle guardie del Corpo Forestale.

Nelle scorse settimane, l’orso M 90 aveva destato forte preoccupazione in Trentino, avvicinandosi troppo a una coppia di fidanzati intenti a fare una escursione su di una strada forestale in Val di Sole. In precedenza, erano state segnalate numerose sue incursioni in alcuni centri abitati. Così, ieri 6 febbraio, il Presidente del Trentino Fugatti non ha esitato a firmare subito l’ordinanza di abbattimento, scatenando una serie di polemiche.

Le proteste degli ambientalisti, delle associazioni animaliste e della parlamentare Michela Vittoria Brambilla, da sempre strenua sostenitrice dei diritti degli animali,  sono state immediate e durissime. Anche il Ministro dell’Ambiente ha espresso critiche, invitando a trovare soluzioni e misure alternative all’abbattimento. Le associazioni animaliste sostengono che l’abbattimento non dovrebbe essere la soluzione. Invece, si dovrebbero esplorare altre opzioni, come il miglioramento delle misure di sicurezza nei centri abitati e l’educazione del pubblico sulla convivenza pacifica con la fauna selvatica.

La coesistenza tra uomo e animali selvatici richiede un’informazione capillare. L’orso, per sua natura, ha bisogno di ampi habitat naturali, quindi garantirne la sopravvivenza significa garantire la buona salute di un territorio. Ciò che molte voci critiche trovano dissonante è il tentativo di fare coesistere progetti di ripopolamento dei grandi carnivori (come in Trentino) e poi la pretesa che gli orsi non si comportino da orsi.

La questione è complessa e non esiste una soluzione univoca. È necessario un approccio equilibrato che tenga conto sia della sicurezza delle persone sia della conservazione della fauna selvatica. Potrebbe essere utile investire in misure preventive, come recinzioni elettrificate, sistemi di allarme e programmi di educazione pubblica. Allo stesso tempo, è fondamentale lavorare per la conservazione degli habitat naturali e per la creazione di corridoi ecologici che permettano agli orsi di spostarsi senza entrare in conflitto con le attività umane.

In conclusione, la questione richiede un equilibrio delicato tra la sicurezza umana e la conservazione della fauna selvatica. È necessario un dialogo costruttivo per trovare una soluzione condivisa con una visione a lungo termine che rispetti entrambe le parti. Solo così sarà possibile garantire un futuro sia per gli orsi sia per le comunità umane.

sabato 3 febbraio 2024


 Puglia: in aumento le aggressioni agli insegnanti

 

La violenza nelle scuole è un problema che sta assumendo proporzioni preoccupanti in Puglia. Non solo a Taranto, dove recentemente un gruppo di genitori ha aggredito un’insegnante all’uscita da scuola, ma anche a Lucera, nel Foggiano, dove il preside dell’istituto Bozzini-Fasani, Pasquale Trivisonne, è stato malmenato dalla madre di un alunno.

Il motivo dell’aggressione non è ancora chiaro, ma sembra essere legato alla punizione inflitta ad alcuni alunni che avrebbero aggredito il figlio della donna. L’aggressione è avvenuta all’interno del cortile della scuola e coinvolge due alunni di prima media che frequentano la stessa classe. Un terzo studente, di terza media, ha ripreso la scena con un telefono cellulare.

Il preside  ha saputo dell’accaduto il giorno successivo e ha convocato un consiglio di classe straordinario per sospenderne le attività scolastiche per cinque giorni sia all’aggressore che al ragazzo autore del video. Tuttavia, la madre del ragazzo vittima dell’aggressione, non soddisfatta dalla sanzione comminata ai due, è entrata nell’istituto eludendo la sorveglianza e ha aggredito il preside con calci e pugni alla presenza della vice preside, che ha tentato di bloccarla.

Il preside ha dovuto ricorrere alle cure mediche e ha ricevuto una prognosi di cinque giorni, mentre la vice preside ha avuto due giorni di prognosi per lo shock subito. Nonostante l’aggressione, il preside ha sottolineato che la sua unica preoccupazione sono gli alunni e la salvaguardia degli studenti, e ha ribadito l’importanza di mantenere alta la guardia sul tema del bullismo.

Questi episodi di violenza mettono in luce la necessità di affrontare il problema del bullismo e della violenza nelle scuole in maniera più efficace. È fondamentale che genitori, insegnanti e dirigenti scolastici lavorino insieme per creare un ambiente sicuro e rispettoso per tutti gli studenti. Obiettivo questo non sempre facile, anzi sempre più arduo ai giorni nostri ma non impossibile.  Il primo passo da compiere è quello di ricercare una collaborazione tra le due "agenzie di formazione" dei ragazzi. Occorre creare condizioni di condivisione della consapevolezza che la scuola e la famiglia possono e devono collaborare assieme. Attraverso un rapporto che garantisca il rispetto delle diverse competenze e peculiarità e contribuisca ad educare e crescere i cittadini di domani.

  

 

venerdì 2 febbraio 2024

 

Il CUI, il Codice Unico Identificativo, e la Commedia degli Errori


Milano, la città della moda, del design e... degli errori di identificazione! Sì, avete capito bene. Non uno, ma due incredibili errori in soli venti giorni. E tutto grazie al CUI, il Codice Univoco Identificativo.

 Il CUI, una stringa alfanumerica assegnata dai reparti scientifici delle forze dell’ordine al fotosegnalamento e alle impronte digitali di uno straniero, è stato creato per prevenire gli errori di identificazione o false generalità. Ma a quanto pare, a Milano, il CUI non ha dato risultati attendibili. Anzi, ha proprio fallito e fatto uno scambio di persone. Non una ma per ben due volte. Decisamente un po’ troppo per essere considerato attendibile.

 La prima vittima di questo incredibile errore è stato un povero uomo bangladese di 35 anni. Immaginatevi la scena: un giorno normale, stai andando al lavoro, e all'improvviso ti ritrovi in prigione. Perché? Perché hai lo stesso nome e la stessa data di nascita di un criminale accusato di rissa aggravata con un morto. Risultato: quattro mesi di ingiusta detenzione in carcere per un errore di identificazione.

 Ma non finisce qui. Dopo solo venti giorni, un altro uomo, questa volta un cinese di 53 anni, accusato di ricettazione di telefonini rubati è caduto nello stesso tragico errore di persona. Stesso nome, stessa data di nascita, stessa incredibile coincidenza. Questa volta, però, il CUI ha deciso di essere un po' più clemente: solo quattro giorni di carcere. Una vera e propria… Commedia degli errori giudiziari.

 Solo dopo i quattro mesi di detenzione, l’avvocato dell’uomo bangladese, osservando la foto presente sul fascicolo agli atti si è accorta che non era quella del suo assistito.

 Per l’uomo cinese, dopo quattro giorni di cella, è stato provvidenziale lo spirito investigativo di un agente penitenziario.

 E così, in meno di un mese, il CUI ha dimostrato che, nonostante la sua sofisticata tecnologia e le sue nobili intenzioni, può ancora fare degli errori. E sono errori imperdonabili quando di mezzo c'è la privazione della libertà personale e l'ingiusta detenzione!



Tags. #errorigiudiziari, #libertàpersonale


giovedì 1 febbraio 2024


Per il neo Procuratore Generale di Bari è allarme corruzione

 L'inaugurazione dell'anno giudiziario è un evento importante che segna l'inizio di un nuovo anno di lavoro per il sistema giudiziario.

Quest'anno, l'evento è stato segnato da un forte messaggio contro la corruzione, inviato da Leonardo Leone De Castris, nuovo Procuratore Generale di Bari.

Una parte del suo intervento ha suscitato molta attenzione perchè ha toccato un tema molto attuale: le prossime tornate elettorali.  Si è trattato di vero e proprio  appello rivolto direttamente alla politica affinchè, in vista delle imminenti elezioni amministrative ed europee, le candidature siano "soppesate bene". Chiaro messaggio ai dirigenti dei partiti a voler valutare con estrema attenzione i profili dei futuri candidati. 

Le indagini, ha ricordato infatti , spesso hanno dimostrato come in Puglia siano emersi pericolosi contatti tra la criminalità e candidati, allo scopo di vendere ed acquistare voti e minare quindi la democrazia. 

Il fenomeno della violenza minorile e il dramma dei suicidi in carcere sono state poi le altre emergenze da affrontare. Insomma, tutte cose di non poco conto.

Mi sembra un buon inizio. Buon lavoro Procuratore!

 

venerdì 9 giugno 2023

Kim Jong vieta il suicidio. È contro il socialismo!

Corea del Nord, Kim Jong vieta il suicidio: "è tradimento contro il socialismo".
Il dittatore nord coreano ha emesso un ordine segreto che vieta il suicidio, definendo l'atto come "tradimento contro il socialismo" e ha ordinato ai governi locali di adottare misure preventive volte ad arginare il dilagare dei suicidi. Secondo Radio Free Asia, nella Repubblica Popolare Democratica di Corea, quest’anno i suicidi sono aumentati del 40% rispetto allo scorso anno. Causa dei gesti disperati ,che in alcuni casi hanno coinvolto anche interi nuclei familiari, sono le condizioni di estrema difficoltà economica ed estrema indigenza e malnutrizione che da anni affliggono la popolazione del Paese. Una crisi alimentare che è in continuo peggioramento con una carenza cronica di cibo che ha fatto innalzare l’ indice di malnutrizione a circa la metà dei cittadini nord coreani .Di fronte alla disperazione della gente dovuta alla povertà e alla fame, nessuna contromisura governativa di prevenzione riesce a porre argine al triste fenomeno dei suicidi. L’ordine segreto di Kim Jong appare dunque, come l’ennesima follia di un cinico despota.

sabato 3 giugno 2023

Caso Palamara e la crisi di un sistema marcio.



IL CASO PALAMARA E LA CRISI DEL SISTEMA GIUSTIZIA :RIPARTIAMO DALL'ART.111 DELLA COSTITUZIONE

L’esplosione del caso Palamara ha provocato un terremoto con effetti devastanti  per l’intero ordine giudiziario. I fatti venuti alla luce pongono, in tutta la loro manifesta gravità, un “vulnus”che sta all’origine dei tanti mali che affliggono il sistema giudiziario italiano.

E’ utile ricordare quanto recita l’articolo 111 della: “Ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a giudice terzo e imparziale”. Non puo’ apparire cosa del tutto irrilevante, il fatto che i nostri  Padri Costituenti abbiamo voluto utilizzare assieme all’aggettivo “imparziale” anche quello di “terzo”. Il motivo risiede nel voler esplicitare in maniera chiara e inequivocabile quali sono gli attori del processo: l’accusa, la difesa e il giudice che emette la sentenza. E dunque, alla luce della lettura dell’articolo della Carta Costituzionale, il giudice, per essere “terzo ed imparziale” non può avere niente a che fare né con l’accusa né con la difesa. Il cuore del problema è tutto qui: il giudice inquirente e quello giudicante devono essere cose separate.
Il quadro che emerge dalla famosa chat-Palamara fornisce una chiara ed amara rappresentazione di come funzionano le cose all’interno del sistema dei poteri della Magistratura. Le nomine del Csm, avvengono di fatto, gestite e concordate durante cene ed incontri conviviali tra giudici e Pm. Un metodo che nulla ha a che fare con giudizi i di merito, ma basato solo su logiche spartitorie e relazioni di potere molto simili a quelle di una ”loggia”.  Un sistema che ruota attorno al suo cuore pulsante che è il Csm, dominato da una maggioranza composta da giudici Pm.
Eppure, l’art 111 della Costituzione dice altro.

La terzietà, l’imparzialità, e dunque anche l’indipendenza del giudice, sono di fatto minate da un meccanismo che privilegia il ruolo e il potere dei Pm a discapito del giudice. 
La terzietà di un giudice viene, inevitabilmente compromessa  quando  deve rispondere della sua professionalità davanti a un Csm composto in maggioranza di Pm, se è iscritto alla stessa associazione di categoria del Pm e se fa parte della stessa corporazione cui appartiene anche il magistrato inquirente.
E per come oggi funzionano le cose, il giudice non solo non è terzo ma, assai spesso, non è neppure indipendente. L’assenza della separazione delle carriere colpisce al cuore l’indipendenza della magistratura giudicante che deve essere necessariamente indipendente. 

Il Presidente della Repubblica,nei giorni scorsi, ha invitato i giovani magistrati a: "Non ispirarsi alla logica corrente, a non cercare il potere e il consenso, ma ad essere fedeli solo alla Costituzione". E ha chiesto al Parlamento e al Governo di intervenire per riformare la giustizia e porre fine alla degenerazione del sistema.  Sabino Cassese, noto ed autorevole intellettuale, è giunto a denunciare l’illegalità nel quale versa il nostro sistema giudiziario del Paese: “ le Procure sono di fatto diventate un quarto potere, al quale il sistema giudiziario si è dovuto piegare”. Per “ritornare alla Costituzione” urge una riforma che metta fine alla pericolosa anomalia di un quarto potere incontrollabile.

La separazione delle carriere appare essere una proposta ragionevole per riformare radicalmente la giustizia e ricondurre nell’alveo della legalità il sistema.
Alla Camera esiste una legge di iniziativa popolare, sottoscritta tre anni fa da ben 74 mila cittadini italiani, che chiede la separazione delle carriere dei magistrati.
L’Aula della Camera dei Deputati è chiamata ha discuterne il 29 giugno.
Saprà la Politica far pesare il suo ruolo per riformare un sistema degenerato e fuori controllo?
Questo non lo sappiamo.
Possiamo di certo sperarlo.
Sappiamo cosa ne pensano Davigo e Travaglio….

SIAMO IL PAESE DEL DISSESTO IDROGEOLOGICO FIGLIO DI QUELLO CLIMATICO

Il disastro in Emilia Romagna? “ Siamo il paese del dissesto idrogeologico figlio di quello ideologico”. Diventa urgente una politica di adattamento al cambiamento climatico che superi la mera gestione delle emergenze. Gli esperti hanno collegato le recenti piogge mortali nel nord del paese al cambiamento climatico, ma decenni di urbanizzazione e abbandono hanno contribuito a gettare le basi per una calamità. Le cause delle inondazioni sono complesse, compreso lo sviluppo del territorio e le condizioni del terreno. Ma molti esperti in Italia, tra cui Barbara Lastoria, ingegnere idraulico, hanno collegato le due devastanti tempeste che si sono verificate nell'arco di due settimane al cambiamento climatico. La quantità di acqua caduta - circa 50 centimetri di pioggia in 15 giorni, più della metà della media annuale delle precipitazioni nella regione - è stata straordinaria, dicono gli esperti, esacerbata da un mese di siccità che ha lasciato il terreno in difficoltà ad assorbire tutta quella pioggia. Ha gonfiato quasi due dozzine di fiumi e ha inviato miliardi di litri d'acqua che si riversavano nelle strade e in innumerevoli acri di terreno agricolo. Le tempeste hanno trovato terreno fertile per il disastro a causa di eventi sia naturali che umani, comprese decisioni discutibili e decenni di abbandono di alcune infrastrutture. Circa il 70 per cento dell'Emilia-Romagna era già a rischio alluvione - "un fatto ben noto", ha affermato Francesco Violo, presidente del Consiglio nazionale dei geologi. E delle 80.000 frane che sono state mappate lì, diverse centinaia sono state riattivate dalle recenti tempeste, ha aggiunto. E l'opinione diffusa tra geologi e ingegneri idraulici è che l'urbanizzazione della regione negli ultimi decenni non solo ha ridotto lo spazio in cui l'acqua poteva scorrere, ma ha anche contribuito all'affondamento di vaste aree dove l'acqua era stata estratta per mantenere asciutte le fondamenta. I fiumi sono stati incanalati, ristretti, deviati e sepolti per generazioni. I letti dei fiumi e gli argini non sono stati adeguatamente mantenuti; la vegetazione e le tane degli animali hanno argini indeboliti. Molti canali, corsi d'acqua e dighe costruiti nei decenni passati, persino nei secoli, per calmare le acque che scendevano dagli Appennini sono stati in parte trascurati. “Le strutture per l'intercettazione dell'acqua sono state costruite nel corso di molti anni, e anche se molte funzionano ancora, altre devono essere sistemate in termini di adeguamento e manutenzione in modo che possano essere riutilizzate in una configurazione ottimale”, ha affermato la signora Lastoria, che collabora con l'Istituto Nazionale per la Protezione e la Ricerca Ambientale. Gli esperti dicono che la ricostruzione deve andare di pari passo con misure preventive per mitigare almeno gli effetti di future tempeste. Ma l'Italia è uno dei pochi Paesi a non aver approvato una direttiva della Commissione Europea, il Piano Nazionale di Adattamento, che obbliga tutti i Paesi membri dell'Unione Europea ad adottare politiche per ridurre la propria vulnerabilità ai cambiamenti climatici. Questa indifferenza pone la valutazione e la prevenzione del rischio “fuori dall'agenda politica”, ha affermato Erasmo D'Angelis, l'ex capo di Safe Italy, un'organizzazione governativa, che ha valutato tali rischi e stanziato fondi per compensarli. “Deve partire subito un grande progetto nazionale di opere pubbliche per garantire la sicurezza di milioni di cittadini”, ha detto, “senza contare un enorme patrimonio industriale e culturale”. Per affrontare le sfide del cambiamento climatico, alcuni esperti hanno suggerito di fermare il consumo di suolo e di riqualificare o bonificare aree abbandonate, inquinate o degradate. Laddove la nuova costruzione è ritenuta inevitabile, dicono, dovrebbe tener conto delle condizioni idrauliche esistenti e garantire che vengano mantenute dopo il completamento. Ma questo è solo l'ultima delle calamità meteorologiche che hanno colpito l’Italia. Solo sei mesi fa, una frana provocata da una forte pioggia ha causato la morte di 12 persone ad Ischia. Nelle Marche altre undici persone sono state uccise lo scorso settembre a causa di alluvioni. Nell’ estate scorsa, una valanga di ghiaccio sulle Alpi provocata dall’ondata di caldo e siccità ha travolto 11 persone. Ma è di tutta evidenza come in tutt’Europa, con l'aumentare delle concentrazioni atmosferiche di anidride carbonica, siano aumentate anche le condizioni meteorologiche estreme. Basti ricordare gli anni consecutivi di siccità che hanno colpito gli agricoltori in Spagna e nel sud della Francia, mentre l'anno scorso si sono verificate ondate di caldo record in tutt’ Europa. Che la particolare configurazione geografia della penisola, renda l’Italia più facilmente vulnerabile ai disastri climatici, è ormai un giudizio condiviso da molti esperti e scienziati. Inoltre, la sua variegata geologia la rende soggetta a inondazioni e frane, mentre il rapido riscaldamento dei mari su entrambi i lati la rende vulnerabile a tempeste sempre più potenti, a causa dell'aumento delle temperature. Dunque, l’Italia ha già iniziato a soffrire gli effetti della crisi climatica che in precedenza hanno colpito il sud del pianeta e che ora si affacciano anche sul resto dell’Europa. La Coldiretti, sostiene che il numero di eventi meteorologici estremi registrati nell’estate scorsa, tornado, grandine gigante e fulmini, è stato cinque volte il numero registrato dieci anni fa. A subire i danni maggiori dei disastri climatici sono gli agricoltori che solo nell’ultimo anno hanno subito un calo nei raccolti pari al 45%. Il WWF Italia denuncia che l'eliminazione delle foreste e della vegetazione che assorbono l'acqua lungo le sponde dei fiumi(ben 23 fiumi hanno esondato) ha amplificato il disastro avvenuto in Emilia-Romagna. Gli esperti sono certi che questo sia il risultato di anni di edilizia selvaggia e incontrollata e di agricoltura attuata scala industriale a cui la politica non ha saputo contrapporre dei piani, delle strategie e controlli idonei a porre dei limiti utili a prevenire i disastri attuali. Le catastrofi che si susseguono nei nostri territori sono una delle molteplici e nefaste conseguenze di decenni di colpevole assenza di adeguati interventi da parte della politica. Non è più tempo di limitarsi alla mera gestione dell’ emergenze ma bisogna predisporre tutti gli strumenti idonei a contenere ed affrontare i nuovi mutamenti climatici in atto. Il ministero dell'ambiente ha pubblicato il primo piano nazionale per l’adattamento ai cambiamenti climatici del paese, solo nel dicembre 2022, con ben quattro anni di ritardo. Sembrano profetiche le parole e gli appelli che, un politico visionario e lungimirante come Marco Pannella, già molti decenni or sono rivolgeva alla classe dirigente e alle istituzioni: “ Siamo il paese del dissesto idrogeologico figlio di quello ideologico”. E in questa provocazione vi era già tutto ciò che sarebbe potuto accadere. Michele Macelletti

venerdì 19 giugno 2020

LA GIUSTIZIA INGIUSTA


L’ARRESTO DI ENZO TORTORA: UN’INFAMIA E UN MONITO PER LA GIUSTIZIA ITALIANA.                           





Roma, Hotel Plaza 17 giugno del 1983. Sono circa le 4 del mattina quando alla porta della stanza dove riposa Enzo Tortora bussano alcuni  carabinieri del Reparto Operativo della Capitale. Lo svegliano, lo dichiarano in arresto e gli mettono le manette al polso. Il presentatore, ancora allibito e senza parole, viene invitato a seguire i militari in caserma. Tortora non riesce a comprendere  cosa stia accadendo. Prova a chiede ai carabinieri di cosa è accusato e riceve una risposta netta: " Lei è accusato di traffico di stupefacenti e associazione di stampo camorristico". In pochi minuti la vita di un uomo viene stravolta ed inizia l’incubo e il calvario di una persona perbene. Proviamo a raccontarvi in breve quella storia che ha segnato uno dei periodi più brutti del sistema giudiziario italiano.

 di Michele Macelletti.


La notizia dell'arresto di Enzo Tortora viene accolta dall’opinione pubblica italiana come un fulmine a ciel sereno. L'uomo è uno dei volti più amati e popolari della Televisione italiana. E' il conduttore e creatore della seguitissima trasmissione della Rai Portobello,  seguita da ben 26 milioni di telespettatori. In quel momento Tortora, che aveva già presentato un Festival di Sanremo e condotto la seguitissima  La Domenica Sportiva, è il personaggio di spettacolo più noto e seguito dal pubblico televisivo. Le  immagini del suo arresto con le manette alle mani tra due carabinieri fanno scalpore. L’opinione pubblica ha sempre considerato Tortora un uomo perbene. Inizialmente i suoi collegi del mondo dello spettacolo, sembrano non volersi esprimere sulla clamorosa vicenda. In molti aspettano di conoscere i dettagli della incredibile storia che ha coinvolto il collega di lavoro o preferiscono pilatescamente non esprimersi pubblicamente. La voglia di saperne di piu’ sarà ben presto appagata dall’incessante lavoro di gossip svolto dai quotidiani, rotocalchi e dagli stessi telegiornali Rai, che con dovizia di particolari, ma spesso infamanti, ridisegnano agli occhi dell’'opinione pubblica italiana un'altro Enzo Tortora. Inoltre la quantità di nuovi pentiti e loro rivelazioni si susseguono ad ritmo sempre più incessante che per gli inquirenti non appare almeno sospetto. . al Il castello di accuse che appare sempre più schiacciante e impossibile da smontare. Eppure le cose che sembrano tali a volte non lo sono per niente.L’indagine che conduce all’arresto di Tortora avviene nel contesto di un blitz che coinvolge oltre 850 persone collegate alla Nuova Camorra Organizzata e viene presentata alla stampa come un colpo mortale inferto dalla Procura di Napoli alla criminalità partenopea. Il presentatore viene ammanettato in base alle accuse che gli vengono mosse da ben 19 pentiti. Non sono pochi. In questo nutrito nugolo di gentiluomini "dell'onorata società'",  si erge la figura di Pasquale Barra, detto ‘O animale”. Egli è un efferato omicida al soldo della Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo. Il sopranome"'O animale" se lo conquista, per così dire, sul campo di lavoro allorchè uccide il boss della malavita milanese Francis Turatello. “O animale” accoltella Turatello nel carcere di Nuoro, e dopo averlo letteralmente sventrato, non contento del risultato,  completa l'opera  estraendone  gli organi interni e prendendo a morsi il cuore. Ecco dunque, in breve, il ritratto del principale accusatore a cui i magistrati napoletani dettero peso e credito. Si dirà, e furono in  tanti a crederlo, ma non era il solo pentito che faceva il nome di Tortora. Dunque, ci doveva pur essere qualcosa di vero. In effetti, oltre alle parole dei pluri pregiudicati, la prova materiale che inchioda l'accusato esiste.  Si tratta di un' agendina ritrovata nella casa di un noto camorrista napoletano, tal Giuseppe Puca, detto ‘o Giappone. Tra le pagine gli inquirenti trovano, scritto a penna e con grafia confusa, un numero di telefono e vicino  un nome: Tortora. Sembra una prova davvero schiacciante. Il problema è che sembra. Ma su questo punto torneremo in seguito. Fatto è,  che in base al rinvenimento di quel numero telefonico, il conduttore trascorrerà ben sette mesi e mezzo rinchiuso nel superaffollato carcere romano di Regina Coeli. Insieme a lui, in quella cella del 16 bis di pochi metri quadri, ci sono infatti altri sette detenuti. Nel frattempo, fuori da quella cella, si scatena lo sciacallaggio mediatico contro il mostro. Mamma Rai, a cui Enzo Tortora ha dedicato una vita, si distingue per essere  la  prima a trasmettere le immagini del conduttore in manette. Il montaggio di quel servizio giornalistico ha un sinistro sapore che rimanda a certa morbosità, quasi come di compiacimento per la fine di un uomo di successo. Questa sarà la cifra giornalistica comune ai dei tanti articoli che alimenteranno pagine e pagine di quotidiani e di riviste che beneficeranno di vendite record ad ogni nuovo scoop.  I rotocalchi di gossip pubblicano le foto della madre di Tortora mentre  prega per il figlio in chiesa. La poderosa macchina del fango entra in azione ed accende il ventilatore. I falsi scoop sono tanti: c’è chi assicura di averlo visto spacciare anche negli studi televisivi, chi parla di riciclaggio di denaro sporco, o addirittura di un’amicizia tra Tortora e quel Francis Turatello ucciso da Barra. A nulla serve la smentita della madre di Turatello, nell'immaginario collettivo Tortora  deve essere un “mostro”. Vi è persino chi sostiene di aver le prove che il presentatore sia stato affiliato alla Camorra attraverso il tradizionale rito del  taglio sul braccio. Ma a Tortora  nessuno mai chiese di mostrare il braccio, che di ferite ovviamente  non ne presentavaLa scoperta di come la stampa lo stava trattando fu per Tortora una sorpresa amarissima.  “Non mi parlare della Rai, della stampa, del giornalismo italiano. È merda pura. A parte pochissime eccezioni mi hanno crocifisso, linciato, sono iene. Sai, non esco a fare l’ora d’aria perché i tetti sono pieni di fotoreporters”. Così scrive in una lettera alla sua compagna Francesca Scopellitti. E in un’altra si sfoga: “Ho visto le foto di mia madre infamata (‘Gente’) persino nella cappella dove va a pregare per me. Sono ancora nel tunnel, sono diventato ‘il caso’, ‘il giallo’: tutto ciò che odio”.... Ed ancora sconfortato aggiunge: “Questo Paese non è più il mio. Il mio compito è uno: far sapere. E non gridare solo la mia innocenza: ma battermi perché queste inciviltà procedurali, questi processi che onorano, per paradosso, il fascismo, vengano a cessare. Perché un uomo sia rispettato, sentito, prima di essere ammanettato come un animale e gettato in carcere su delazioni di pazzi criminali”. Trai primi a nutrire dei dubbi sul "caso Tortora" vi è Leonardo Sciascia. Lo scrittore sicilano si è fatto persuaso dell’innocenza di Tortora denuncia come sul caso l'opinione pubblica sia divisa tra innocentisti e colpevolisti in base alle impressioni di simpatia e antipatia. Anche il giornalista Enzo Biagi si mostra dubbioso e decide di scrivere una lettera al Presidente della Repubblica Sandro Pertini chiedendogli di far luce sul “Caso Tortora”, sui legali che non possono leggere i verbali del loro assistito e sulla crocifissione di un uomo che non ha ancora subito un processo. Seguono gli  interventi pubblici di Giorgio Bocca, di Indro Montanelli e di Piero Angela per chiedere di fare chiarezza sulla vicenda e garantire al presentatore una giustizia equa e contro la perversione di sbattere il mostro in prima pagina. Certo si tratta di voci autorevoli ma ancora poche. Ma grazie a loro e con il passare dei mesi sono sempre di più quelli che iniziano a chiedersi: “E se non fosse colpevole?”.Quando esce dal carcere per affrontare il processo, l’appoggio più significativo  arriva da Marco Pannella, e il Partito Radicale decide di sostenere le sua battaglia civile candidando Tortora alle elezioni europee del 1984. 14 giugno Tortora viene eletto deputato al Parlamento europeo, insieme a Pannella e alla Bonino, con oltre mezzo milione di preferenze. Durante una udienza del processo il procuratore Diego Marmo definisceTortora: un “cinico mercante di morte, diventato deputato con i voti della Camorra”. La sentenza di prima o grado viene emessa il 17 settembre del 1985: le accuse dei pentiti hanno un’eco troppo grande e Tortora viene condannato a dieci anni di carcere. Per una parte dell’opinione pubblica italiana il presentatore ha preferito la via politica per usufruire del privilegio dell’immunità che lo status di parlamentare europeo  prevede. Il solo sospetto che qualcuno  possa pensare ad un suo ricorso ad un simile sotterfugio induce Tortora a prendere una decisione irremovibile. Tortora sorprende tutti, compreso il Partito Radicale e un incredulo Marco Pannella, decidendo di dimettersi dal ruolo di europarlamentare e rinuncia all’immunità, consegnandosi agli arresti domiciliari, da innocente. Con forza, orgoglio e coraggio ribadirà la sua innocenza con queste parole rivolte ai suoi giudici: “Io grido: sono innocente. Lo grido da tre anni, lo gridano le carte, lo gridano i fatti che sono emersi da questo dibattimento! Io sono innocente, spero dal profondo del cuore che lo siate anche voi”. È il travaglio di un uomo che ha rinunciato alla libertà, mettendosi nelle mani della giustizia per un profondo senso etico e un rigore morale radicato nel profondo. Nel 1986 e nel 1987 la verità finalmente emerge: Enzo Tortora viene assolto con formula piena sia in secondo grado che in Cassazione. E adesso l’opinione pubblica, dopo anni di sciacallaggio ai danni di un uomo innocente, esorcizza la colpa collettiva con una domanda diversa: “Come è potuto succedere?”. Invece è accaduto. E’ successo che il nome sulla famosa agendina del camorrista Puca non era “Tortora”, bensì “Tortona”, e quel numero telefonico apparteneva non a Enzo tortora bensì ad una sartoria. Eppure nessuno investigatore, nessun giudice  si era preso la briga di prendere un telefono, alzare la cornetta e comporre il numero!Ma perché Tortora si è trovato in questa storia? Occorre ricostruire una storia di vendetta: quella del pregiudicato Giovanni Pandico. Questi aveva inviato alla redazione di “Portobello” una serie di centrin, da lui fatti in carcerei da vendere all’asta durante la trasmissione. Ma sfortunatamente quei centrini furono smarriti. Da qui inizia una serie di lettere e di intimidazioni del Pandico nei confronti del conduttore: tanrto che è lo stesso Tortora a chiedere scusa e offrire un compenso pecuniario. Scuse e risarcimento rifiutate con promessa di vendetta. Pandico, paranoico clinicamente dichiarato, imbastirà una serie di testimonianze che, assieme a quelle di altri pentiti sarà la base di partenza per accusare Tortora. Il giudice Michele Morello raccontò il suo lavoro d'indagine che avrebbe poi portato all'assoluzione del popolare conduttore televisivo: “Per capire bene come era andata la faccenda, ricostruimmo il processo in ordine cronologico: partimmo dalla prima dichiarazione fino all'ultima e ci rendemmo conto che queste dichiarazioni arrivavano in maniera un po' sospetta. In base a ciò che aveva detto quello di prima, si accodava poi la dichiarazione dell'altro, che stava assieme alla caserma di Napoli. Andammo a caccia di altri riscontri in Appello, facemmo circa un centinaio di accertamenti: di alcuni non trovammo riscontri, di altri trovammo addirittura riscontri a favore dell'imputato. Anche i giudici, del resto, soffrono di simpatie e antipatie... E Tortora, in aula, fece di tutto per dimostrarsi antipatico, ricusando i giudici napoletani perché non si fidava di loro”.Dunque, dove eravamo rimasti?”. Con questa frase il  20 febbraio del 1987 Enzo Tortora, da uomo libero, si riaffaccia sugli schermi della Rai tornando a condurre la sua trasmissione cult :”Portobello”. Il presentatore poi prosegue: “…Potrei dire moltissime cose e ne dirò poche. Una me la consentirete: molta gente ha vissuto con me, ha sofferto con me questi terribili anni. Molta gente mi ha offerto quello che poteva, per esempio ha pregato per me, e io questo non lo dimenticherò mai. E questo "grazie" a questa cara, buona gente, dovete consentirmi di dirlo. L'ho detto, e un'altra cosa aggiungo: io sono qui, e lo sono anche, per parlare per conto di quelli che parlare non possono, e sono molti, e sono troppi. Sarò qui, resterò qui, anche per loro. Ed ora cominciamo, come facevamo esattamente una volta. Il suo pubblico gli tributa una lunghissima standing ovation  e Tortora a stento riesce trattenere le lacrime dalla commozione. È la fine di un incubo per un uomo che ha visto la propria vita distrutta. Un clamoroso caso di malagiustizia che si poteva evitare se chi aveva il potere di decidere sul destino di un uomo,  avesse esercitato con scrupolo e coscienza i compiti che la giustizia affida agli uomini che l’amministrano. Un anno dopo essere stato assolto, Enzo Tortora è morto a causa di un cancro ai polmoni. Gli anni di stress, di dolore e di privazioni hanno messo a dura prova la sua psiche e il suo corpo e non si è potuto godere la libertà difesa a un costo così alto. Dirà: “ E’ come se mi fosse esploso dentro una bomba atomica…” A sopravvivergli però è stato l’onore nell’affrontare a testa alta un’ingiustizia indegna di un Paese democratico e oggi il presentatore ha in tutta Italia strade e piazze che portano il suo nome. La vergogna è invece rimasta in seno a uno Stato che non ha saputo garantire a un cittadino i propri diritti, distruggendone la sua esistenza.


 In margine a questa  storia triste occorre ricordare i nomi dei Pubblici Ministeri che hanno messo Tortora alla gogna: Diego Marmo e Lucio Di Pietro. Non solo non hanno ricevuto alcuna conseguenza di tipo disciplinare, ma anzi hanno continuato la loro carriera con varie promozioni. Solo a distanza di anni, i due magistrati hanno inviato tramite interviste le scuse alla famiglia ma hanno continuato a sostenere e difendere la loro  condotta  durante l’indagine .

Quali gli effetti del “caso Tortora” sul  sistema giudiziario italiano? La vicenda ha portato infatti al referendum promosso dai Radicali sulla responsabilità civile dei magistrati e, nel 1988, alla legge Vassalli sul “Risarcimento dei danni cagionati nell’esercizio delle funzioni giudiziarie e responsabilità civile dei magistrati”, facendo ricadere la responsabilità direttamente sullo Stato. Queste modifiche sono avvenute proprio perché il caso Tortora – definito da Giorgio Bocca come“Il più grande esempio di macelleria giudiziaria all’ingrosso del nostro Paese” – ha coinvolto mediaticamente il paese per la notorietà del presentatore, ma i casi di malagiustizia che riguardano i comuni cittadini continuano a ripetersi ancora oggi. Come continua la battaglia sulla Giustizia Giusta dei Radicali.


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